mercoledì, aprile 12

Cos'è la vera integrazione?

Cosa vuol dire integrazione

 Integrare vuol dire "Inserire qualcuno o qualcosa in un complesso già costituito, mettendolo in condizione di farne parte organicamente". Mi domando: le persone con disabilità non fanno già parte della nostra società? Perchè dovrebbero sentirsi parte estranea?


 Riesco a dare un senso alla parola "integrazione" quando si prendono in considerazione etnie e culture diverse che un tempo non facevano parte del nostro paese. Mi rendo conto, però, che viviamo in una società che ha ancora una gran paura di riconoscere le proprie ombre e, per tutta risposta, continua a nascondere imperterrita la testa sotto la sabbia.


Le nostre più grandi paure
 La paura della morte ci spinge a rifiutare la parola "vecchiaia" e a emarginare gli anziani nelle case di riposo, trattandoli alla stregua di bambini improduttivi. Nei telegiornali le persone sole, depresse e disoccupate si trasformano in pericoli per sé e per gli altri. 

 Come ci fa notare lo studioso Angelo Lascioli "Il disabile è colui nel quale il limite si concretizza in qualche menomazione o ritardo e ce lo pone davanti in ogni momento". I suoi limiti ci rimandano ai nostri che, seppur nascosti, sentiamo di avere, in quanto essseri umani. 

 Allora la vera integrazione cui dobbiamo puntare è quella delle nostre paure. Una società che volta le spalle alle proprie fragilità e rincorre in maniera folle la perfezione fisica, pensando così di eliminare anche quelle spirituali, che nasconde le proprie insicurezze dietro gli interventi chirurgici e investe sempre di più nella tecnologia, è una società che ha paura delle meravigliose imperfezioni dell'essere umano. 

 Non riusciamo ancora a chiamare tutte le malattie col proprio nome e il tumore diventa "un brutto male" (la parola "brutto" non la usano i bambini?) o, peggio ancora, "il male incurabile" quasi a voler arrendersi di fronte a qualcosa di troppo grande e spaventoso. 

 E' una società che ha paura a diventare adulta. Per cominciare a crescere è necessario fermarsi un attimo, ascoltarsi, integrare tutte le ombre che tanto spaventano e liberarle di quell'emotività che impedisce proprio di affrontarle. Così da riuscire a guardarle con occhi più lucidi e distaccati e a trovare le soluzioni più efficaci. E diventiamo capaci di riconoscere anche la forza che si nasconde dietro l'ombra per poterla utilizzare a proprio vantaggio. 

 Nella malattia possiamo riconoscere il messaggio che porta nella nostra vita e che ci spinge a un cambiamento evolutivo; nella disabilità impareriamo un modo di essere diverso, né superiore né inferiore, un bisogno dell'altro che troppo spesso neghiamo di avere; gli alunni disabili possono diventare una spinta per trovare nuovi modi di comunicare e insegnare. Nella persona anziana possiamo a vedere la saggezza e il vissuto di cui parlano le sue rughe, perchè forse è arrivata l'ora di dare un senso più profondo alla parola "bellezza". 

 Ecco che accettando le fragilità altrui impariamo ad amare le nostre, perdonandoci di non essere perfetti come infantilmente vorremmo e riconosciamo l'energia che c'è nell'accettare l'aiuto dell'altro.

 E soprattutto ci ricordiamo di essere venuti a questo mondo per crescere, esprimerci e condividere e non come macchinari che devono produrre profitto a tutti i costi. 

Nessun commento:

Posta un commento