mercoledì, luglio 26

Il cervello adulto si modifica



 Fino a pochi decenni fa era opinione comune credere che, raggiunta l'età adulta, il cervello rimanesse fisso. Questa convinzione andava a braccetto con l'idea che i talenti fossero predisposizioni genetiche e che imparare significasse, perciò, soltanto realizzare il proprio potenziale genetico.

Anche il cervello adulto si modifica

 Dagli anni Novanta del secolo scorso, i neuroscienziati hanno iniziato a capire che il cervello, anche quello adulto, è malleabile e la nostra capacità di plasmarlo è più grande del previsto.

 Il cervello risponde agli stimoli giusti ricablandosi (riorganizzandosi) in vari modi: si formano nuove connessioni tra i neuroni, le connessioni già esistenti si rafforzano o s'indeboliscono, e in alcune zone del cervello adulto (l'ippocampo, per esempio) è perfino possibile che nascano nuovi neuroni.

 Oggi abbiamo sempre più prove scientifiche del fatto che il cervello cambi come risposta ai diversi stimoli mentali, nello stesso modo in cui il corpo risponde all'allenamento fisico.

 L'ippocampo dei tassisti londinesi

 Orientarsi a Londra è difficilissimo: non c'è una rete di strade principali, i viali di maggior scorrimento sono disposti ad angolazioni diverse uno rispetto all'altro, pieni di curve, di sensi unici, di rotonde, vicoli ciechi e di ponti che attraversano il Tamigi. A complicare il tutto ci pensa anche la particolare numerazione civica.

 Ecco perchè non tutti possono diventare tassisti a Londra. Infatti, per conseguire la licenza in questa città bisogna superare una serie di prove che sono state definite, nel loro complesso, l'esame più difficile al mondo.

 In uno studio del 2000 Eleanor Maguire, ricercatrice della University College di Londra, ha usato la risonanza magnetica per osservare il cervello di 79 aspiranti tassisti londinesi e confrontarli con i cervelli di altri 31 coetanei che svolgevano altre professioni, come gruppo di controllo. Analizzava in particolare l'ippocampo, quella parte del cervello importante per l'apprendimento, la memoria e le emozioni.

 La studiosa ha seguito il gruppo di candidati tassisti dall'inizio della loro preparazione all'esame fino al momento in cui ottenevano la licenza oppure rinunciavano e passavano a occuparsi d'altro. Dopo quattro anni la studiosa è tornata a esaminare i due gruppi di soggetti. A quel punto 41 dei candidati erano diventati tassisti, mentre gli altri 38 avevano interrotto la formazione o non avevano superato l'esame. Quindi c'erano tre gruppi da confrontare: i nuovi tassisti, i candidati non promossi e il gruppo di persone che non si era mai sottoposto all'addestramento.

 Il risultato è stato sconcertante: il volume dell'ippocampo posteriore era notevolmente aumentato nel gruppo di candidati che aveva ottenuto la licenza. Al contrario non c'erano stati cambiamenti tra i candidati che non avevano ottenuto la licenza (perché avevano smesso di studiare o erano stati bocciati all'esame) né tra i soggetti che non avevano mai iniziato a studiare. I 4 anni trascorsi a studiare le strade di Londra e a prepararsi per l'esame avevano fatto crescere precisamente quella parte del cervello responsabile dell'orientamento nello spazio: l'ippocampo.

 Questo studio di Maguire è una delle prove più evidenti del fatto che il cervello cresce e cambia reagendo a un addestramento intenso. Si può pensare all'ippocampo posteriore di un tassista londinese come all'equivalente neurologico degli enormi bicipiti di un ginnasta.

La corteccia visiva nei ciechi

 Per capire bene la plasticità del cervello è utile conoscere anche gli studi che hanno analizzato il cervello delle persone cieche. In particolar modo gli studiosi hanno voluto capire come il cervello dei ciechi si riorganizzi per trovare nuovi utilizzi per quelle parti del cervello dedicate all'elaborazione di immagini, ma che in quegli individui si ritrovano senza niente da fare. 

 La maggior parte dei ciechi non vede a causa di problemi agli occhi o al nervo ottico, ma la corteccia visiva e altre parti del cervello funzionano perfettamente: solo che non ricevono stimoli dagli occhi. Se il cervello funzionasse come un computer (come si credeva in passato) queste regioni destinate alla vista resterebbero inattive per sempre. Invece non è così. 

 Oggi sappiamo che il cervello dirotta alcuni neuroni in modo tale che quelle aree altrimenti inutilizzate possano svolgere altre attività, in particolare vanno ad aiutare i sensi restanti, sui quali i ciechi devono fare affidamento per ricevere informazioni dall'ambiente che li circonda. 

 Per leggere, per esempio, i ciechi passano i polpastrelli sui puntini in rilievo che compongono l'alfabeto Braille. Quando i ricercatori hanno usato la risonanza magnetica per osservare il cervello dei soggetti ciechi lettori in Braille, una delle parti del cervello che vedono accendersi è la corteccia visiva. Nelle persone vedenti la corteccia visiva si attiva in reazione a stimoli provenienti dagli occhi, non dalle dita; nei ciechi la corteccia visiva aiuta a interpretare le sensazioni dei polpastrelli che passano sui puntini in rilievo della scrittura in Braille.

 E' da notare che il ricablaggio non avviene solo in regioni del cervello altrimenti inutilizzate. Se ci si allena a sufficienza in qualcosa, il cervello riassegnerà a quell'attività svolta anche dei neuroni che stanno facendo altro. Un esperimento svolto alla fine degli anni Novanta ha confermato proprio questo. Degli studiosi hanno esaminato le parti del cervello che controllavano le dita di un gruppo di lettori in Braille molto abili. I soggetti erano lettori in Braille a tre dita: cioè usavano per leggere l'indice, il medio e l'anulare. La regione del cervello che controlla le mani è di norma organizzata in modo da dedicare un'area precisa a ogni dito. Questo ci permette di capire, per esempio, quale polpastrello viene toccato dalla punta di una matita senza bisogno di guardarci le dita. I soggetti dello studio erano insegnanti di Braille che leggevano per molte ore al giorno. 

 I ricercatori hanno scoperto che questo impiego costante delle tre dita aveva fatto sviluppare così tanto le aree del cervello dedicate a ciascun dito, che alla fine si erano parzialmente sovrapposte. Di conseguenza, i soggetti erano estremamente sensibili al tatto su quelle dita (potevano riconoscere uno sfioramento molto più leggero rispetto ai soggetti dotati di vista) ma spesso non riuscivano a dire quale dito dei tre fosse stato toccato. 

Cosa ci dicono questi studi?

  • La struttura e il funzionamento del cervello non sono immutabili nell'età adulta. Cambiano come conseguenza degli stimoli che ricevono.
  • Si può plasmare il cervello (anche adulto) come desideriamo.
  • Il cervello di chi ha un deficit non è meno funzionante, ma si riorganizza elavora in maniera diversa rispetto a quello di un normodotato.
  • In sostanza, un allenamento regolare crea dei cambiamenti nelle aree del cervello. Il cervello reagisce a questi stimoli riorganizzandosi in modo tale da aumentare la propria capacità di svolgere le funzioni richieste. 

 Studi recenti hanno evidenziato che è molto più facile trasformare il cervello, sviluppando una nuova competenza piuttosto che continuando a praticarne una già conosciuta e acquisita. Il cervello, come il corpo, cambia più rapidamente quando viene indotto a uscire, ma non troppo, dalla sua zona di comfort.

Conclusione

"Se non cambiamo, non cresciamo. Se non cresciamo, non viviamo davvero." (Lo scrittore francese Premio Nobel, Anatole France)
 Per ottenere dei risultati ci si deve impegnare, sempre. Questa è una regola che vale per tutti. I risultati poi arriveranno come naturale conseguenza del lavoro svolto. 

 Di fronte a un disabile, ancora troppo spesso, si tende a non farlo "faticare" per non creargli disagi in più. Se è adulto poi non ci si prova nemmeno, come se non potesse più imparare nulla. Io credo sia importante insegnare loro che è importante impegnarsi sodo per ottenere dei risultati. Nel loro caso, ancora di più, perchè devono fare i conti con la propria disabiltà. Ma è fondamentale che sappiano pure che apprezziamo lo sforzo compiuto e i risultati che inevitablemente arriveranno e di cui, loro per primi, andranno fieri.

Fonti:
"Numero 1 si diventa" di K. Andres Ericsson e Robert Pool
"Navigation-related structural change in the hippocampi of taxi drivers"  di E. A. Maguiore, D. G. Gadian, I. S. Johnsrude, C. D. Good, J. Ashburner, R. S. J. Frackowiak e C. D. Frith (2000)
"Acquiring the knowledge of London's layout drivers structural brain changes" di E. A. Maguire e K. Woollett (2011)
"How the blind see Braille reading: Lessons from functional magnetic resonance imaging" di H. Burton, A. Z. Snyder, T. E. Conduro, E. Akbudak, J. M. Ollinger e M. E. Raichle (2002)

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