mercoledì, luglio 19

La pratica intenzionale: un metodo efficace per apprendere


 Un metodo di apprendimento veramente produttivo deve sfruttare la plasticità del cervello. Dopo aver studiato per anni i migliori esperti in discipline diverse, lo psicologo Anders Ericsson ha sviluppato un tipo di pratica, la pratica intenzionale, molto efficace per apprendere in qualsiasi area.

Le caratteristiche della pratica intenzionale
  • Si svolge al di fuori della zona di comfort, cioè richiede all'allievo di sforzarsi per svolgere delle attività appena al di sopra del suo livello attuale di abilità.
  • Prevede obiettivi specifici e chiaramente definiti e non tende a un generico miglioramento complessivo. Una volta che si è stabilito un obiettivo generale, l'insegnante elabora un piano per produrre una serie di piccoli passi progressivi che sommati daranno luogo al cambiamento generale desiderato. Lo studente avrà modo di vedere come la pratica generi i miglioramenti.
  • Richiede la piena attenzione e la partecipazione attiva dell'allievo.
  • Comporta dei feedback immediati in grado di orientare le esercitazioni successicìve.

Pratica intenzionale vs insegnamento classico
 Quasi sempre l'insegnamento classico dà per scontato che imparare significhi realizzare le proprie predisposizioni innate e che si possa sviluppare una capacità senza uscire dalla propria zona di comfort. 

 Con la pratica intenzionale si mira a rendere possibile cose che prima non lo erano. Per riuscirci bisogna uscire dalla propria zona di comfort e costringere il cervello e il corpo ad adattarsi.

 Nella pratica intenzionale l'enfasi è sul fare e non sul sapere

 La distinzione tra conoscenze e competenze è alla base della differenza tra i due approcci. Di solito ci si focalizza quasi sempre sulla conoscenza. Che si tratti d'imparare a risolvere un problema o scrivere un tema, l'insegnamento tradizionale consiste nel dare informazioni sul modo giusto di procedere e poi fare affidamento sul fatto che l'allievo sappia mettere in pratica quelle conoscenze. 

 La pratica intenzionale, al contrario, si concentra solo sulle prestazioni e su come migliorarle. L'approccio tradizionale è più diffuso, perché è più facile presentare concetti a grandi gruppi di studenti, piuttosto che creare le condizioni per consentire loro di apprendere attraverso la pratica.

Una strategia per imparare
 Quando lo studente impara fatti, concetti e regole, quelle informazioni vengono registrate nella memoria a lungo termine come singoli elementi e, nel momento in cui vuole usarle per risolvere un problema, per rispondere a una domanda o elaborare un tema, ecco che intervengono i limiti della memoria a breve termine. L'allievo deve tenere a mente tutti quei pezzi diversi e non connessi tra loro mentre ricerca la soluzione.

 Come risolvere questo problema? Quelle informazioni devono essere assimilate all'interno di rappresentazioni mentali, ossia di schemi che contestualizzano e danno significato alle informazioni. Ecco che allora lo studente non dovrà più memorizzare una quantità enorme di piccoli pezzi slegati tra di loro, ma veri e propri schemi che hanno una logica e un significato e che il ragazzo ricorderà a lungo.

 Caratteristica della pratica intenzionale è proprio la focalizzazione sulle rappresentazioni mentali in ogni fase del lavoro, e la premura nell'assicurarsi che lo studente abbia sviluppato le rappresentazioni corrette prima di passare alla fase successiva.

La pratica intenzionale in azione
 Nel 2001 tre ricercatori della University of British Columbia hanno creato un progetto in cui applicavano la pratica intenzionale per insegnare la fisica alle matricole.

 Prima di ogni lezione, gli allievi dovevano leggere tre o quattro pagine del loro manuale e poi completare un breve test, del tipo vero o falso, sulla parte letta. L'obiettivo era che prendessero familiarità con i concetti su cui verteva la lezione prima ancora di entrare in aula. Lo scopo del professore non era trasmettere delle informazioni agli studenti, ma far sì che si esercitassero a pensare come i fisici.

 Durante il corso l’insegnante li divideva in piccolo gruppi e poi poneva loro una domanda a scelta multipla a cui i ragazzi dovevano rispondere. I quesiti erano su concetti generalmente difficili per le matricole. Gli studenti ragionavano sulla domanda in gruppo, ciascun gruppo rispondeva, poi l’insegnante mostrava i risultati e li commentava con loro. La discussione spingeva gli studenti a riflettere sui concetti e ad andare oltre la semplice domanda a scelta multipla.

 In ogni lezione c’era anche una fase di “apprendimento attivo”, in cui gli allievi di ogni gruppo ragionavano su una domanda e poi ciascuno di loro rispondeva in modo autonomo, dopodichè l’insegnante chiariva i dubbi e gli errori.

 Così facendo il coinvolgimento degli studenti si è rivelato molto più grande rispetto a quello delle matricole passate.

 Le domande e gli esercizi che venivano posti erano studiati in modo tale d'aiutare gli studenti a costruire rappresentazioni mentali. 

 Le domande e gli esercizi dovevano stimolare discussioni che avrebbero richiesto agli allievi di applicare proprio quei concetti che stavano imparando. 

 Domande ed esercizi erano pensati anche per spingere gli allievi a uscire dalla propria zona di comfort, perché si sarebbero dovuti sforzare per cercare le risposte, ma non così tanto da non sapere da dove cominciare per trovare la soluzione.

 Le lezioni erano organizzate in modo che gli studenti avessero la possibilità di tornare ripetutamente sugli stessi concetti, ricevendo subito dei feedback che individuavano i loro errori e mostrava loro come correggerli. Una parte del feeback proveniva dai compagni durante le discussioni e una parte dagli insegnanti; l’aspetto più importante era che gli allievi ricevevano risposte immediate e capivano subito cosa avevano sbagliato e come rimediare.

Pratica intenzionale: altri due esempi
Benjamin Franklin e la scrittura
 Nella sua autobiografia Benjamin Franklin racconta come da giovane si fosse impegnato per diventare un bravo scrittore. Franklin ragazzo si considerava uno scrittore mediocre; decise, perciò, d'inventare una serie di tecniche per imparare da autodidatta a scrivere bene quanto i giornalisti di un famoso quotidiano inglese.
Primo esercizio
 Innanzitutto si prefisse come obiettivo quello di capire con quanta accuratezza riusciva a riprodurre le frasi di un articolo (tratto dal quotidiano in questione), dopo aver dimenticato le esatte parole usate.

 Quindi scelse diversi articoli di cui ammirava lo stile e scrisse brevi descrizioni del contenuto di ogni frase, in modo d'aiutarlo a ricordare l'argomento. Dopo qualche giorno cercò di riprodurre quegli stessi articoli a partire dagli appunti presi. Franklin non voleva riscriverli in modo identico ma piuttosto scriverne di nuovi, altrettanto dettagliati ed eleganti. Alla fine andò a rileggere i testi originali, li confrontò con i suoi e corresse le sue versioni dove fosse necessario.

 Questo esrcizio gli insegnò a esprimere i concetti in modo chiaro e accurato.

Secondo esercizio
 Franklin si rese, quindi, conto di non aver un vocabolario molto vasto; conosceva le parole ma non gli venivano in mente mentre scriveva. Per ovviare a questo problema prese alcuni articoli del quotidiano e li riscrisse in versi, come fossero poesie. Questo esercizio lo costringeva a ricercare le parole che facessero le rime. Dopodiché rimise in prosa gli articoli.

Così prese l'abitudine di trovare la parola giusta e ampliò il suo lessico.

Terzo esercizio

 Infine Franklin lavorò sulla struttura e sulla logica della sua scrittura. Ancora una volta prese degli articoli e si appuntò alcune note per ogni frase. Ma stavolta scrisse le note su fogli di carta separati e li mescolò. Quindi aspettò qualche giorno per dimenticare la struttura delle frasi originali, ma anche l'ordine in cui erano scritte; e tentò nuovamente di riprodurre i testi. Recuperava gli appunti mescolati tratti da un articolo e li disponeva nell'ordine che gli appariva più logico, poi scriveva le frasi a partire da ogni appunto e confrontava il suo scritto con il testo originario.

 Questo esercizio lo aiutò a ragionare attentamente su come mettere in ordine i pensieri quando scriveva. Se trovava frasi in cui i suoi pensieri risultavano poco chiari e non belli, correggeva il testo e cercava d'imparare dai propri errori.

Gli studenti dell'Università della Florida e l'inglese

 Alcuni studenti che volevano imparare l'inglese come seconda lingua, hanno deciso di guardare a ripetizione gli stessi film in inglese con i sottotitoli; prima li hanno coperti e hanno cercato di capire le parole e poi sono tornati a guardare i sottotitoli, per assicurarsi di aver compreso bene. Ascoltando ripetutamente gli stessi dialoghi, hanno migliorato le loro capacità di comprensione orale molto più velocemente di quanto avrebbero fatto se avessero guardato film diversi.

 Questi studenti facevano attenzione ai loro errori e li correggevano immediatamente. Lo scopo della ripetizione è quello di scoprire i punti propri deboli e cercare di migliorare in quelle aree.


Riassumendo la pratica intenzionale
  • Stabilire cosa gli studenti devono imparare a fare (gli obiettivi sono competenze e non conoscenze).
  • Per decidere in che modo insegnanre le competenze, bisogna analizzare in modo approfondito le rappresentazioni mentali utilizzate dagli esperti del settore e aiutare gli studenti a svilupparne di simili.
  • Insegnare le competenze passo dopo passo e ogni passo dovrà essere pensato per spingere gli allievi al di fuori della loro zona di comfort, ma non troppo da rendere l'ostacolo invalicabile.
  • Prevedere quindi molta ripetizione e feedback; il ciclo di tentativi, errori, feedback e nuovi tentativi è il modo in cui gli allievi costruiranno le proprie rappresentazioni mentali.

Una curiosità sui savant
 Le persone con la sindrome di savant sembrano avere delle abilità innate straordinarie in aree molto specifiche. A rendere ancora più sorprendenti queste abilità è il fatto che la maggior parte dei savant ha dei disturbi mentali di vario genere. Alcuni studiosi ritengono che questi individui non possiedano talenti speciali, ma che si siano sforzati per sviluppare quelle abilità come qualsiasi altra persona.

 In particolar modo, in una ricerca del 2009 svolta da due studiosi del King's College di Londra, è stato confrontato un gruppo di bambini autistici savant con un gruppo di bambini autistici non savant. Hanno scoperto che i savant tendono a essere più profondamente orientati ai dettagli e inclini ai comportamenti ripetitivi rispetto ai non savant. Quando qualcosa attira la loro attenzione ci si focalizzano a discapito di tutto il resto, isolandosi dagli altri; queste persone sono più propense a studiare ossessivamente, per esempio, un elenco telefonico oppure un brano musicale. Inconsapevolmente si allenano attraverso una pratica mirata.

Conclusione
"La rivoluzione inizia quando capiamo che i migliori in ogni campo non occupano quella posizione grazie a un talento innato, ma perchè hanno sviluppato le loro abilità con anni di pratica, sfruttando l’adattabilità del corpo e del cervello." Anders Ericsson.

 Una volta i nostri genitori ci dicevano: "Studia, trovati un lavoro fisso e starai a posto fino alla pensione". In questi anni la situazione si è radicalmente trasformata. Molti lavori sono spariti oppure si sono modificati. Chi inizia a lavorare oggi si aspetta di dover cambiare impiego più volte in futuro. Sempre più persone saranno costrette ad imparare continuamente nuove competenze e a farlo in modo ottimale perché la concorrenza, si sa, è agguerrita.

 I doni più preziosi che possiamo dare ai bambini di oggi sono la fiducia di ripensare se stessi, di ricostruirsi, e gli strumenti per farlo concretamente. E' necessario che verifichino coi loro occhi che le loro abilità sono sotto il loro controllo e non appannaggio di qualche predisposizione genetica.

Fonti:
"Numero uno si diventa" di Anders Ericsson e Robert Pool
" Improved learning in a large-enrollment physics class" di L. Deslauriers, E. Schelew e C. Wieman (2011)
"What aspects of autism predispose to talent?" di F. Happé e P. Vital (2009)

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